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Quando parlare delle origini

Sintesi dell'intervento del 28 gennaio 2012 tenuto dalla Dott.ssa Jolanda Galli, psicologa e psicoterapeuta, nell'ambito del nostro ciclo di incontri sulla genitorialità adottiva.

La frattura nella storia del bambino

Il bambino adottato sperimenta una frattura tra la vita precedente e quella successiva all’arrivo dei genitori adottivi, a qualunque età questa sia avvenuta (anche se a pochi mesi). Il bambino perde le persone, le abitudini, i suoni, i profumi, il clima e la sicurezza di quanto conosce.

Per chi non ha vissuto questa frattura (chi è figlio di genitori naturali), parlare di origini significa parlare con i genitori biologici e con la famiglia allargata dei propri vissuti, della cultura e tradizioni del paese nativo, dei racconti sulla propria storia e su quella degli antenati (aneddoti, valori e tradizioni della famiglia). I genitori biologici che hanno sempre vissuto con un figlio naturale possono raccontargli tutto questo.

Purtroppo, invece, poco sanno i genitori adottivi delle origini del figlio, e meno ancora sanno delle sue esperienze emotive e dei vissuti precedenti. I genitori adottivi hanno poche o nessuna informazione su come il bambino è stato accudito (dai genitori naturali, in ospedale, in istituto o dalla famiglia affidataria), non possono raccontare al figlio aneddoti sui suoi comportamenti e vissuti quotidiani precedenti all’adozione: su questo e tanto altro c’è il vuoto. Però il bambino conserva un’impressione emotiva di questi vissuti, anche se non gli sono stati raccontati. E’ compito dei genitori adottivi aiutare il figlio a riempire questi vuoti.

L’adozione vissuta dai genitori e dai figli

Quale sia stato il percorso di preparazione del bambino all’incontro con i genitori adottivi non è sempre noto. Il bambino vive la sua adozione come l’incontro con due persone sconosciute (se non talvolta viste in qualche foto) che arrivano per portarlo via da una realtà nota (luoghi e persone) in cui si “sapeva muovere” per andare verso un mondo sconosciuto; si trova solo, con due sconosciuti che lo “strappano” dal suo mondo conosciuto: la loro intrusione e la rottura dei legami lo spaventa. Il bambino ha paura.

Per i genitori adottivi invece l’adozione di quel figlio è il desiderio di genitorialità che si realizza, c’è commozione e soddisfazione per aver raggiunto l’obiettivo tanto desiderato. I genitori si dimenticano degli aspetti dolorosi per il figlio, in primis l’abbandono; anche se non esplicitati questi momenti dolorosi vissuti dal bambino riemergono successivamente in occasione dei conflitti: a scuola, con i genitori, durante l’adolescenza.

Di cosa i genitori adottivi fanno fatica a parlare

Nonostante parlare di adozione non sia più un tabù, i genitori adottivi ne parlano spesso in termini di piacere e fatica per loro, dimenticandosi di com’era la realtà del bambino nella situazione precedente (famiglia affidataria, istituto, ecc.). Non si parla del perché il bambino non è potuto crescere nella famiglia in cui è nato. Anche quando parlano della loro fertilità emotiva ed infertilità fisica i genitori adottivi trovano difficile parlare della sessualità e procreazione che hanno invece vissuto i genitori naturali.

I genitori adottivi inoltre spesso sentono di avere portato via da quel paese e a dei genitori naturali qualcosa di prezioso e fanno fatica ad accettarlo emotivamente. La tentazione di raccontare al figlio che i genitori biologici sono morti, anche se non lo sanno o non è vero, serve a placare la paura dei genitori adottivi che i primi possano reclamare il figlio, più che a rassicurare e proteggere il figlio stesso.

Non si parla nemmeno di come i genitori biologici possono aver avvertito il figlio che hanno abbandonato: spesso come un peso, se era l’ultimo fra tanti figli da crescere, in una situazione di povertà. Questo probabile vissuto può essere stato trasmesso emotivamente al figlio prima dell’abbandono.

I genitori faticano a parlare di questi vuoti dolorosi. Quando affrontano il tema delle origini, così come altri temi che li mettono in difficoltà, ad es. la loro sterilità, i genitori adottivi possono sentirsi impreparati, goffi e maldestri, ma stanno facendo la cosa giusta. Evitare di parlarne genera problemi nel bambino e nelle sue relazioni. I figli portano dentro di se la ferita dell’abbandono e hanno bisogno dell’aiuto dei genitori adottivi per trovare delle risposte a domande troppo grandi, tanto più grandi quanto più atroce è stato l’abbandono. Storie come quelle di alcuni bambini cinesi, venuti con i parenti dalla campagna alla città e lasciati a bordo strada con una scusa, richiedono ai genitori adottivi lo sforzo di interpretare e fare ipotesi –insieme ai bambini- su quanto accaduto, per dare un senso alle atrocità commesse dalla famiglia di origine.

Non parlarne, far finta di niente, significa lasciare solo il bambino di fronte all’atrocità vissuta. Anche quando non si hanno informazioni bisogna dare delle risposte possibili, cioè plausibili: sarà poi il bambino a scegliere quella per lui più accettabile (vedi la storia di Pollicino). Serve in questi casi non dare per certe quelle che sono soltanto ipotesi, ma raccontare quelle che per noi sono delle ragionevoli possibilità sulla situazione che ha condotto al tragico esito dell’abbandono. Un bambino non accetta che “i grandi” non sappiamo: devono sapere! Il bambino si sentirà rassicurato nel sapere che i suoi vuoti sono nei pensieri dei suoi genitori, i quali nonostante non abbiano risposte certe non li lasceranno soli di fronte a queste grandi domande.

Quando e come parlare delle origini

I bambini riempiono con la loro fantasia ciò che non gli viene detto, quindi i genitori devono sempre dire quello che si sa della loro origine, non ometterla per evitare di farli soffrire;  non parlarne, soprattutto se è una storia di cui il bambino ha qualche ricordo, crea confusione e inquina le relazioni familiari. Bisogna invece parlarne, dando sempre la stessa versione della storia e adeguando il linguaggio all’età. I genitori adottivi sbagliano ad aspettare che sia il figlio a domandare sulle sue origini: se così accade vuol dire che sono arrivati tardi, dovevano parlarne prima.

Ma come parlarne? Non “a tavolino”, con la solennità dei grandi discorsi, ma quando nella quotidianità c’è l’occasione per dire qualcosa, a patto che nel bambino ci sia la curiosità in quel momento. Va bene anche parlarne con altri (es. parenti) mentre lui ascolta, se vuole. L’abbandono, l’allontanamento, la cessione, possono essere raccontati, anche negli aspetti più dolorosi che quando vengono narrati diventano meno pesanti. E’ importante far capire al bambino che delle sue origini se ne può parlare, che alle domanda che farà riceverà delle risposte vere e comprensibili per la sua età, senza idealizzazioni o giudizi.

Fantasie dei figli adottivi sulla loro genitorialità

Il processo di filiazione inizia nel mondo interno sin da piccoli, sul piano della fantasia. Nell’adolescenza si fantastica sui figli che si potrebbero fare. In questa fase l’adolescente attacca i genitori adottivi per potersene distaccare. Soprattutto in questa fase la relazione più faticosa è con la madre, perché quella naturale che lo ha abbandonato è per il bambino una figura troppo complessa e nebulosa, che quindi proietta su quella adottiva, concreta e conosciuta.

L’adolescente fantastica su come saranno i suoi figli, sicuramente non assomiglieranno fisicamente ai suoi genitori. A volte cerca a volte un fidanzatino della stessa etnia come a voler recuperare le sue origini e quindi in un certo senso cerca di riprodurre la coppia dei suoi genitori biologici; cercare invece un fidanzatino di altra etnia può rappresentare la conferma della volontà di distacco dalle proprie origini. 

Quasi mai i figli adottivi hanno bisogno di ricercare fisicamente i genitori biologici ma hanno invece bisogno di fare una ricerca interiore. Molti bambini sono grati ai genitori adottivi per quello che hanno fatto, ma nel profondo gli manca il senso di “esclusività”, nel senso che se al posto loro ci fosse stato qualcun altro, i genitori gli avrebbero voluto lo stesso bene voluto a loro.

 

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